giovedì 8 ottobre 2026

Al via la 10^ edizione di Ferrara Monumenti Aperti



Collaboro con Monumenti Aperti dal 2013, a Cagliari, in tutta la Sardegna, in Piemonte e nel 2017 ho voluto provare a portare l'esperienza di Monumenti Aperti anche a Ferrara, la mia città. Non sapevo cosa sarebbe successo: è come trapiantare un albero maturo con radici ormai profonde che arriva dalla Sardegna, ho pensato. Avrebbe preso nella mia terra? Avrebbe messo nuove radici? Avrebbe dato frutto? In questi anni ha dato molto frutto: a Ferrara, grazie all'apporto di Ferrara Off che si occupa dell'organizzazione mettendo in campo anche le proprie speciali competenze teatrali, e grazie all'impegno di migliaia di alunni e dei loro insegnanti, siamo già arrivati a festeggiare la decima edizione.

Qual è il mio compito di scrittore in tutto questo? Dal 2013 ho ideato e condotto per Monumenti Aperti un progetto di scrittura e narrazione che ho chiamato 'Le parole della bellezza' e, per i più piccoli, 'Lo sguardo che crea'. Penso infatti che la narrazione sia uno strumento fondamentale se vogliamo rendere vicino e vivo anche per bambini e ragazzi il prezioso patrimonio artistico e culturale delle nostre città. La semplice informazione storica, artistica, culturale infatti attiva la conoscenza, attiva l'aspetto logico e mnemonico dei bambini, la narrazione invece attiva anche l'aspetto emotivo e affettivo. E le nostre vite in genere cambiano non quando riceviamo più informazioni, ma quando ci commuoviamo. Le informazioni sono molto importanti, ma la narrazione fa qualcosa di più: ci emoziona, ci fa provare affetto. E se proviamo affetto ci sentiamo anche responsabili.

Come ogni anno ho voluto così proporre ai docenti e ai loro alunni 'Ottantuno suggerimenti di scrittura e narrazione' - per ciascuno dei 15 monumenti prescelti - che sono stati utilizzati da oltre 800 alunni ferraresi delle Scuole primarie e secondarie di primo grado insieme ai loro insegnanti per realizzare la manifestazione Ferrara Monumenti Aperti 2026 che avrà luogo nelle giornate di venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 ottobre 2026.

Nella nostra cultura l’incontro tra modernità massmediatica e la narrazione è avvenuto da tempo, e sembra aver messo in crisi quest’ultima. È come se ci fossimo via via privati di una facoltà che ci sembrava inalienabile: la capacità di raccontare, di scambiare esperienze. In questo senso, dare valore alla narrazione significa invece tornare alla ricostruzione paziente della coscienza storica, alla comunicazione interpersonale di esperienze significative, anche tra generazioni diverse, significa in fondo tornare all’ascolto dell’altro; per promuovere una reale identità narrante, slegando dal produttivismo economico il valore delle persone e delle esperienze.

Tutto questo per fornire strumenti alle giovani generazioni, perché possano chiedersi, insieme a noi: qual è il futuro che vogliamo per la cultura delle nostre città?

Borges scriveva che “il futuro è inevitabile, ma potrebbe anche non accadere”. Ciò che a volte ci sembra perduto nella cultura della nostra società credo riservi in sé la risorsa di una salvezza che può svelarsi proprio attraverso lo sguardo e la narrazione dei più giovani: sono certo che il seme della narrazione dei bambini possegga, proprio in sé, e in questo periodo storico più che mai, una profonda potente forza salvifica. Anche per noi adulti.

martedì 6 ottobre 2026

'Negli occhi di Luna, i falò': nuova edizione nella Biblioteca Universale Rizzoli



Il mio romanzo Negli occhi di Luna, i falò è stato inserito nella BUR - Biblioteca Universale Rizzoli in una nuova edizione tascabile, ora in tutte le librerie.

Dopo alcuni anni trascorsi in America, Anguilla torna al paese della sua infanzia nelle Langhe. Il profumo dei tigli è sempre lo stesso, e anche le colline, le rive, le vigne, i boschi, sembrano gli stessi, come se fossero rimasti immobili ad aspettare un suo ritorno. Eppure a lui, che ormai è adolescente, sembra tutto diverso. Anguilla si sente invisibile. Agli occhi del padre, concentrato solo sullo studio e la carriera. E anche a quel paesaggio, che può godere solo dalla finestra nelle ore passate a recuperare una materia di scuola. L’unica che riesce a vederlo – nonostante abbia perso proprio la vista – che sa leggere i suoi desideri e ne intuisce il destino è la nonna. Ma poi arriva Luna, ragazza magica come la natura che abita. Tenendola per mano, alla luce di falò misteriosi, Anguilla si immergerà nel fiume, metafora di rinascita, e troverà il coraggio di trasformare la passione per i libri e la scrittura in vita.

Un romanzo di formazione che percorre i temi, i luoghi, la lingua de 'La luna e i falò' e ci conduce, in un gioco di continue citazioni, alla lettura di un grande classico della letteratura.

Scarica l'estratto di lettura

Di seguito l'intervista che per l'occasione ho rilasciato alla Fondazione Cesare Pavese:

'Negli occhi di Luna, i falò' è il tuo ultimo romanzo e, già dal titolo, troviamo una forte legame con il romanzo più conosciuto di Cesare Pavese, La luna e i falò. Come è nata l’idea di questo libro, di un testo il cui sviluppo narrativo prenda spunto dai temi del romanzo pavesiano?

L'idea è nata da una richiesta che mi ha fatto la Fondazione Cesare Pavese: scrivere un racconto che potesse avvicinare i ragazzi all'opera di Pavese. Parlando poi a più riprese con Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione, si è valutato che il progetto avrebbe potuto concedersi il respiro del romanzo. Ho pensato, allora, di coinvolgere Rizzoli Editore che fin da subito si è dimostrato entusiasta. Da quel momento è iniziato il mio lavoro di ricerca e studio della figura e dell'opera di Pavese che ha portato all'ideazione e a varie fasi di scrittura del romanzo, un lavoro immersivo che è durato quasi un anno.

Ci puoi raccontare come hai voluto poi rendere concreta quest'idea iniziale?

Mi era ben chiaro che la strada che avrei percorso non sarebbe stata né quella di una sminuente riduzione de 'La luna e i falò', né tanto meno quella di una sua pretenziosa rielaborazione. Ho cercato invece di realizzare un romanzo d'avventura e formazione che avesse una propria identità, dei propri personaggi, una propria trama, un proprio linguaggio, un proprio valore: che stesse ben in piedi da sé, dunque, ma che nel contempo potesse anche fare da 'ponte' alla lettura di un grande classico.

Quali sono i contenuti del tuo romanzo?

'Negli occhi di Luna, i falò' è la narrazione in prima persona di un ragazzo adolescente che torna d'estate al suo paese natale nelle Langhe dopo alcuni anni trascorsi in America per via del lavoro del padre che, nel frattempo, ha già deciso e preparato per lui un futuro professionale nel suo studio di progettazione oltreoceano. Invisibile allo sguardo dei genitori, tanto da sentirsi orfano, Anguilla – chiamato così per via della sua migrazione americana – tra le colline di Santo Stefano Belbo recupererà la propria identità e i propri desideri grazie alla nonna che, cieca, lo aiuterà a vedere ciò che in lui aspira a vivere al di là delle aspettative paterne. Con lei, ex bibliotecaria, potrà esprimere la propria passione per i libri e per la scrittura. Ma nel suo paese Anguilla ritroverà anche Luna, una ragazza magica e visionaria che ha sempre vissuto immersa nella natura e di cui è da sempre innamorato, che lo aiuterà a sua volta a recuperare i preziosi miti della propria infanzia e il rapporto fisico con gli elementi naturali. La narrazione si muove tra il mistero di falò che paiono svilupparsi spontaneamente tra le vigne e noiosi libri da leggere per le vacanze, la costrizione in casa per recuperare una materia scolastica insufficiente e il primo bacio, l'incontro con un bambino che non può usare la parola e le parole enigmatiche di un vecchio falegname spaventato dal fuoco. Alla fine il cammino di crescita di Anguilla conquisterà quell'approdo alla riva della vita che Pavese ci ha indicato e che ha tentato di raggiungere senza riuscirci: l'unificazione di gesto e parola ('Non parole. Un gesto' aveva annotato Pavese nell'ultima pagina del suo diario), di vita e scrittura ('Non scriverò più' sono le ultime parole del diario). Alla fine Anguilla si immergerà nel fiume, metafora di rinascita, e troverà il coraggio di trasformare la passione per i libri e la scrittura in vita. Ho voluto così metabolizzare, attualizzare e narrare ai ragazzi le principali tematiche de 'La luna e i falò': l'identità, l'appartenenza, il recupero dell'infanzia, l'immersione panica nella natura, il mito, il rapporto tra scrittura e vita, il sogno americano, la figura femminile, la città, le Langhe, i libri...

I riferimenti all'opera e alla vita di Cesare Pavese sono evidenti, ma quali sono stati i riferimenti al linguaggio de 'La luna e i falò'?

Per scrivere 'Negli occhi di Luna, i falò' ho utilizzato uno stile che vuole rispecchiare la ricerca pavesiana di un linguaggio vivo, vicino al parlato. E come Pavese ha preso a riferimento la letteratura americana del suo tempo - in cui appunto lo stile nasceva dalla lingua parlata, ne seguiva le movenze e contribuiva ad arricchirla - così, con le stesse finalità, ho cercato di prendere a riferimento la letteratura americana del nostro tempo. Ho giocato poi a far pronunciare inconsapevolmente ai personaggi, a seconda del carattere di ciascuno, citazioni tratte dalle opere di Pavese in contesti spiazzati rispetto all'originale.

La scrittura di questo libro ti ha fatto entrare in un dialogo più stretto con Cesare Pavese, un dialogo però tra scrittore e scrittore. Che cosa hai scoperto da questo confronto?

È stata per me un'occasione di immersione nelle tematiche delle sue opere, nei suoi linguaggi, nei suoi miti, nella sua vita. Nel suo costante desiderio di mettere la vita nella scrittura. Mi è venuto naturale seguirlo: realizzare questo romanzo è stato per me, citando T. S. Eliot, scrivere 'parole private indirizzate a te in pubblico'. Un'immersione profonda, che mi ha portato a uscire da me stesso: innanzitutto per poter prendere il punto di vista di Pavese. Poi per poterlo esprimere nelle sue sfaccettature, per affinità o per contrasto, attraverso i differenti punti di vista dei differenti personaggi: ciascuno con un proprio carattere e una propria voce che non sono più i miei. Mantenendo una costante immedesimazione anche nel giovane lettore che, forse per la prima volta, sente parlare di Pavese. Può sembrare complicato, una sorta di esercizio eteronimico alla Pessoa, ma trovo sia proprio questo il privilegio e la sfida della letteratura: uscire da sé stessi.

Per scrivere questo libro hai trascorso molto tempo a Santo Stefano Belbo per cercare il paesaggio simbolico di Pavese nei suoi luoghi e nelle persone che li abitano. Hai conosciuto il Mito?

Il periodo che ho trascorso a Santo Stefano Belbo è stato molto intenso e importante, per me e per il romanzo: vivere i luoghi di Pavese, camminare sulle sue colline, lungo le rive del suo fiume, tra le vigne, nei boschi. Grazie alla Fondazione Cesare Pavese ho avuto poi la fortuna di conoscere persone che abitano quei luoghi e che, a vario titolo e con profonda passione, me li hanno raccontati rendendomi partecipe della loro conoscenza di Pavese. Facendo esperienza di quei luoghi è impossibile non percepire la presenza del Mito che, con continue citazioni pavesiane, si è poi fatto spazio tra le righe del romanzo. Ecco, ad esempio, alcuni assaggi: 'È stata Luna che mi ha insegnato ad arrampicarmi sugli alberi a caccia di nidi, a esplorare le rive, i boschi, le vigne, i ruderi abbandonati, a riconoscere le piante e i fiori, a correre a piedi nudi sulla riva sabbiosa del Belbo, a distinguere il canto degli uccelli, a scorgere con la coda dell’occhio le lepri scappare nei solchi, a giocare a essere selvaggi nella natura selvaggia, a rispettare le colline e i loro verdi misteri, a riconoscere le stelle, a seguire le fasi della luna'; 'La città, io, in fondo alla mia anima la cerco, la cerco, ma non me la ritrovo. Queste colline che riempiono il cielo – così vive nella luce del sole nonostante restino immobili come fossero secoli – mi fanno invece scorrere il sangue, mi fanno sentire vivo'; 'Sono balzato fuori dal fiume, più nudo di prima, ho respirato. Il cuore batteva forte. Mi sentivo di nuovo vivo, ero rinato direbbe nonna. In forza, dentro il sangue della notte. Ed ecco che, come a uno strano gioco, sorgeva la luna, sul ciglio della collina di là dal fiume frammentandosi contro le piante e straripando in cielo. La superficie del fiume ha cominciato a brillare di luccichii argentei. Gli alberelli lontani erano neri; la luna enorme, matura. Mi pareva davvero di non averla mai vista così, ma insieme di averne in bocca il sapore, di salutare in lei qualcosa di antico, di infantile. In quel momento ne ho avuto la certezza. Anche la notte è viva'; '«Il sole, l’acqua, il vento, la pietra, la nuvola, ma anche la neve, la bufera, la tenebra… sono i nostri elementi, ci appartengono» ho detto. Luna mi ha sorriso: «Noi siamo fatti di quelli, terra, acqua, aria, fuoco. Su queste colline ci sono tutti. Sono qui prima di noi. E sono vivi»'.

'Negli occhi di luna, i falò' è un testo pensato per ragazzi, per accompagnarli alla scoperta di Cesare Pavese e della sua letteratura. Che cosa può dire oggi uno scrittore del secolo scorso ad un giovane lettore del nuovo millennio?

Ne 'La luna e i falò' Pavese tratta questioni di grande attualità, come i temi dell'identità e dell'appartenenza. In uno dei capitoli iniziali l'Anguilla del mio romanzo si chiede: 'Cosa ci posso trovare in un libro scritto così tanti anni fa? Cosa ne può sapere un libro così, fermo alla Seconda guerra mondiale, di quello che vivo io, di mio padre, di mia madre, degli esercizi di recupero di matematica, di mia nonna, della mia infanzia, delle mie estati, delle mie colline, e poi del mio futuro, di tutto ciò che mi attende in America?'. Ma poi nell'ultimo capitolo dice: 'Infine, a proposito della luna e dei falò, ho terminato di leggere a nonna il romanzo di Pavese. È incredibile: aveva ragione la prof. Parla di me'. 'Negli occhi di Luna, i falò' si conclude proprio con queste parole.