lunedì 13 agosto 2018

Le fiabe che oltrepassano i confini # 5 - Echi di mari lontani: le fiabe dall’Oceania

5. Echi di mari lontani: le fiabe dall’Oceania1

I popoli delle isole raccontano che Tangaroa dal volto tatuato fu il primo di tutti gli antenati. Per molto tempo Tangaroa visse dentro la sua conchiglia che girava da sola nel buio dello spazio infinito. Allora infatti non c’era il sole, non c’era la luna, e non c’erano né la terra né le montagne. Non esisteva ancora l’uomo, né gli uccelli, né i pesci, né i cani, e nessun altro essere vivente. E non c’era ancora l’acqua, né salata né dolce.
Alla fine di un lungo tempo Tangaroa diede un colpo lieve alla sua conchiglia, che si aprì. Tangaroa allora si alzò in piedi sulla conchiglia e cominciò a gridare nello spazio infinito: “Chi c’è sopra? Chi c’è sotto?” ma non ebbe alcuna risposta. Si sentiva solo la sua voce, perché non ce n’era nessun’altra. “Sabbia, vieni da me!” comandò. Ma la sabbia non c’era ancora. “Nessuno mi obbedisce? – disse Tangaroa – Allora farò io!”. Così Tangaroa sollevò in alto la cupola della sua conchiglia fino a formare la volta del cielo. E poiché all’interno della sua conchiglia aveva molte altre conchiglie, ne prese una seconda, la sgretolò in minuscoli pezzettini, e creò la sabbia. Tangaroa cominciò in questo modo a creare ogni cosa che esiste. E poiché Tangaroa aveva conchiglie, ecco che ogni cosa creata ha una sua conchiglia. Il cielo è una conchiglia per il sole, la terra e le stelle, poiché li contiene. La terra è una conchiglia per le pietre e l’acqua, e per le piante che vi crescono. La conchiglia di un uomo è una donna, perché è da lei che nasce.
È così che, nell’universo, ogni cosa che esiste ha una sua conchiglia.2

Proveniamo tutti dalle conchiglie, racconta questo mito della creazione narrato a Tahiti.
Ovvero: proveniamo tutti dall’Oceano, di cui possiamo ancora ascoltare echi lontani impressi, da tempi ancestrali, come impronte nelle nostre anime.
L’Oceano Pacifico è il più grande mare del nostro pianeta. Dalle sue acque emergono qua e là più di diecimila isole, grandi e piccole, che collegano come un ponte Asia, Indonesia e Australia all’America.
Da sempre il Pacifico ha esercitato un influsso misterioso e carico di immaginario sull’uomo occidentale. Navigatori, esploratori, missionari; ma anche scrittori, come Melville e Stevenson, pittori, come Gauguin, hanno affrontato il grande viaggio alla ricerca di un altrove, e ci hanno riportato gli echi di quell’immenso Oceano.
Sono proprio il viaggio e l’altrove originario a costituire le dimensioni più profonde che accomunano tutte le culture dei popoli dell’Oceania: sia quella del piccolo gruppo degli Aborigeni che abitano l’immensa Australia, sia quella delle numerose genti che abitano piccole porzioni di terra emersa nel Pacifico, a volte addirittura difficili da trovare sulle mappe. Non è però dalle carte geografiche che si conosce la realtà dei giorni e della vita, e il loro vero valore. L’occhio mediatico globalizzato non riesce a scorgere ciò che è più piccolo. E la cultura espressa da un popolo, la vivacità, l’arte, le sue fiabe non dipendono da grandezze geografico–quantitativo–mercificabili, ma da sintonie secolari con la natura, da relazioni di condivisione comunitaria, da profondità di rapporti spirituali con l’altrove da cui tutti proveniamo e verso il quale stiamo tutti navigando.
Ed è proprio nelle narrazioni delle fiabe che i popoli dell’Oceania vivono ancora oggi la loro forte relazione con un altrove originario e con il viaggio. E proprio nelle fiabe – preziosi reperti antropologici – si possono trovare le risposte sulle loro origini.
Gli antenati dei popoli delle Isole dell’Oceania provenivano dal continente asiatico. I primi viaggi di queste popolazioni verso il Pacifico si fanno risalire a circa 4.000 anni fa, e furono possibili grazie ad abili conoscenze delle tecniche di navigazione. La ragione per cui gli antenati si lanciarono in lunghi viaggi colonizzatori a bordo delle loro canoe oceaniche, i waca, resta un mistero. Si sa però che le loro imbarcazioni potevano trasportare fino a 250 persone, oltre alle piante e agli animali necessari per iniziare una nuova vita. Samoa e Tonga furono i primi gruppi di isole ad essere occupate: queste regioni possono essere considerate come la patria della cultura polinesiana, che qui sviluppò i suoi caratteri peculiari. Da questa zona l’esplorazione continuò verso le Isole Marchesi e della Società; alcune tribù proseguirono poi verso sud–est fino a raggiungere Rapa Nui (l’Isola di Pasqua), verso nord fino alle Isole Hawaii, verso sud–ovest fino ad Ao–tea–roa, la terra della grande nuvola bianca, ovvero la Nuova Zelanda. Nel 1300 d.C. il periodo di espansione era completato, e per i popoli delle Isole iniziò un tempo di stabilità e di equilibrio (che durò fino all’arrivo dei primi uomini bianchi). Li accomunava il fatto di considerarsi tutti provenienti da un’unica madrepatria mitica chiamata Hawaiki, simbolo di un’origine lontana, dell’altrove leggendario degli antenati, da cui era partita la Grande Emigrazione narrata poi di padre in figlio.
La storia moderna dei Maori della Nuova Zelanda, ad esempio, prende il via dalle sette gloriose canoe. I viaggi relativi a ciascuna canoa hanno segnato scie leggendarie e lasciato qua e là indizi misteriosi. I loro racconti, tramandati oralmente, hanno sempre costituito presso i Maori motivo oltre che di orgoglio anche di diritto: derivano infatti dalla discendenza dagli antenati della propria canoa sia la fondazione del proprio gruppo tribale sia il proprio diritto territoriale. Ma la definizione delle culture originarie delle terre d’Oceania – dove la fioritura dei racconti dei primordi appare non a caso più copiosa che in ogni altra parte del mondo – non è sempre univoca, anzi: lascia invece spazio a influenze e connessioni legate alla complessità degli eventi migratori solo in parte ricostruiti dagli studiosi, dove cosmogonia e antropogenesi si intrecciano in una successione evolutiva che abbraccia i fenomeni naturali, gli uomini e le divinità. Il poema sacro che, ad esempio, gli indigeni cantarono al capitano Cook al suo arrivo connetteva la famiglia reale con le generazioni divine, le stelle, le piante e gli animali. Correva l’anno 1769, ed erano passati quasi due secoli dal primo contatto che i popoli delle Isole avevano avuto con i papalagi ‘venuti dal cielo’ (così gli abitanti di Samoa e di Tonga chiamavano gli stranieri: dato che il loro mondo non andava oltre le loro isole, chiunque non vi appartenesse non poteva che provenire da altri mondi). Fu infatti nell’anno 1595 che Mendaña scoprì le Isole Marchesi e sbarcò a Tohu Ata. Quando ne ripartì, poco dopo, i suoi archibugieri avevano già ucciso duecento isolani senza un vero motivo.
Eppure, nonostante l’arrivo devastante dei papalagi e secoli di colonialismo europeo che modificò le strutture sociali originarie e che diffuse epidemie decimando le popolazioni, l’atteggiamento di accoglienza del viaggiatore è un valore profondo e naturale per questi popoli che non hanno mai dimenticato che i loro padri sono stati essi stessi viaggiatori: uomini ‘altri’ in terre altrui. Ancora oggi, quando si arriva in barca presso qualsiasi piccola isola dell’Oceania, non si pensi di gettare l’ancora nella baia e di fare subito il bagno. La prima cosa da fare è la visita al capo. E non si tratta affatto di una pratica doganale, al contrario: è un’usanza piacevole. Ci si accorda per un appuntamento al quale andare con un dono simbolico: un pezzo di stoffa, una bevanda, del cibo, una propria moneta. Si verrà accolti dal capo dell’isola che domanderà da dove si viene e come si vive laggiù. Si tratta di accoglienza, di autentico desiderio di conoscere l’altro e il suo altrove, perché nella sua pellegrina condizione si riconosce la propria antica storia di viaggiatori.
Esiste un altrove mitico e un grande viaggio anche nei racconti tradizionali degli Aborigeni d’Australia.
Gli antenati degli Aborigeni arrivarono dal sud dell’India circa 50.000 anni fa, quando l’Oceano non era così profondo e lasciava emergere terre e isole che fecero da ponte per il loro passaggio: raggiunsero così il vastissimo e disabitato territorio dell’Australia, ricco di selvaggina, e vi si stabilirono. Poi il ponte di terre fu sommerso e l’Australia rimase isolata dal resto del mondo insieme alle sue tribù aborigene che per millenni vissero in equilibrio perfetto con la natura arrivando ad una popolazione di trecentomila unità. Appena un secolo dopo l’arrivo del capitano Cook, avvenuto nell’anno 1770, gli aborigeni erano ridotti a meno di sessantamila, cacciati dai loro territori e spinti in quelli più inospitali, decimati da massacri e malattie sconosciute, considerati dall’ignoranza e dalla protervia dei colonizzatori come il gradino più basso dell’umanità. Eppure la società aborigena presentava la più complessa struttura organizzativa mai concepita in una cultura tribale, esprimeva una profonda concezione spirituale della vita e una raffinata mitologia che trovavano espressione nelle cerimonie sacre, nelle danze, nei canti e nella narrazione. La cosmogonia aborigena possiede un tale fascino da essere spesso paragonata a quella greca, e si riferisce sempre ad un altrove mitico temporale: il ‘Tempo del Sogno’. Gli aborigeni sono convinti che il mondo e l’uomo siano stati creati da Eroi soprannaturali in seguito scomparsi, essendo saliti in cielo o scesi sotto terra. Nel ‘Tempo del Sogno’ questi Eroi mitici si risvegliarono e cominciarono ad uscire in superficie. I loro ‘luoghi di nascita’ rimasero impregnati di una grande forza spirituale, e caratterizzarono la sacralità del territorio aborigeno. La maggior parte dei miti della creazione raccontano proprio dei viaggi di questi grandi Eroi che, nelle loro peregrinazioni, modificarono il paesaggio imprimendogli la configurazione attuale. Questa percezione della sacralità delle origini, del viaggio, e dell’ambiente, e tutte le conseguenti leggi tribali che sostenevano un perfetto equilibrio tra l’uomo e la natura – e che hanno ancora molto da insegnare alla società occidentale – hanno permesso a questo popolo di sopravvivere in pace per migliaia di anni, con regole troppo sagge per essere poi comprese dai colonizzatori bianchi.
I miti del ‘Tempo del Sogno’ e le regole di comportamento umano dettate dagli Eroi sono considerate dagli aborigeni rivelazioni di verità assolute: ogni tribù ha il dovere di conservarle e di insegnarle ai giovani attraverso le fiabe. Sono fiabe, dunque, sempre ambientate in un altrove temporale, legate a un viaggio e a un luogo sacro appartenente ad una complessa geografia totemica, in cui si muovono gli animali del ‘Tempo del Sogno’: canguri che a quel tempo camminavano ancora a quattro zampe, spaventosi serpenti, koala vanitosi, uccelli favolosi, rane, tartarughe, balene... in questi racconti c’è una costante predilezione per gli animali: per via del carattere distinto delle differenti specie animali che permette, in modo più efficace rispetto a quanto possa avvenire con i membri indifferenziati della specie umana, di sostenere le diverse parti in una narrazione.
L’altrove e il viaggio, dunque, figure comuni alle genti delle Isole e alle genti aborigene, ma anche l’amore per la terra: faticata conquista dopo pericolosi mitici viaggi attraverso l’Oceano per gli uni, espressione della sacralità creatrice nel ‘Tempo del Sogno’ per gli altri; sempre rappresentata nelle fiabe da scenari naturali affascinanti.
Tematiche profonde, vissute dai popoli aborigeni e dai popoli delle Isole in un costante completo equilibrio tra uomo e ambiente; destinate in seguito – nelle vicende di entrambi i popoli – ad essere travolte da una stessa storia estranea e violenta fatta di assimilazione forzata; oggi finalmente toccate da un comune vitale processo di rivalutazione culturale: delle proprie identità, delle proprie tradizioni, dei propri luoghi.
Resa possibile proprio grazie agli antichi echi delle fiabe ancora oggi narrate.



1tratto da Luigi Dal Cin, Echi di mari lontani: le fiabe dell’Oceania, saggio introduttivo al volume catalogo ‘Le Immagini della Fantasia – 27a Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia’, ottobre 2009

2tratto da ‘L'universo conchiglia’, Luigi Dal Cin, Echi d'Oceano – Fiabe dall'Oceania, Franco Cosimo Panini Editore, 2009

giovedì 9 agosto 2018

Le fiabe che oltrepassano i confini # 4 - I canti dei ghiacci: le fiabe dalle Regioni Artiche

4. I canti dei ghiacci: le fiabe dalle Regioni Artiche1

Hai mai sentito come cantano i ghiacci? – chiese la nonna – I ghiacci cantano, tesoro, cantano di continuo nelle lunghe notti nordiche. E sai perché? È il Grande Vecchio dall’aspetto di tricheco che si volta e si rivolta nel suo giaciglio millenario, e così il ghiaccio canta, scricchiola di continuo. Da questo canto la nostra gente sa che il Grande Vecchio è vivo. È lui che ci manda i banchi di aringhe e fa risalire i fiumi al salmone. Ed è lui che ci manda le foche e le grasse balene. Poi fa scendere sulla terra la notte perché tutti possano riposare: l’uomo, gli animali e i pesci sotto i ghiacci. Ma per non farci perdere la speranza che poi tornerà la luce, nella notte ci manda l’aurora boreale: la luce colorata che danza nel cielo”.2

I ghiacci cantano. Così raccontano i Lapponi nelle lunghe notti polari. E già affiorano tra le righe, come punte di immensi iceberg, alcuni elementi caratteristici delle fiabe delle regioni artiche. I ghiacci e i canti. Il Grande Vecchio dall’aspetto di tricheco, l’uomo, gli animali.
Ma innanzitutto: cosa si intende per ‘regioni artiche’? Artico è una parola greca che significa, semplicemente, settentrione. E sappiamo che in cima al settentrione del mondo c’è il Mare Glaciale, ricoperto di ghiacci, circondato da un circolo di terre con due sole aperture: lo Stretto di Bering che lo mette in contatto con l’Oceano Pacifico, e il più vasto passaggio tra Groenlandia, Islanda e Norvegia che lo mescola all’Oceano Atlantico. D’accordo: questo a nord... ma con quale criterio si traccia un limite artico a sud? Il più semplice lo fa coincidere con il Circolo Polare Artico: le regioni artiche sarebbero quindi tutte quelle che si trovano al di sopra del 66° grado e ½ di latitudine nord, ovvero tutte quelle dove nel solstizio d’estate il sole non tramonta, e nel solstizio d’inverno il sole non sorge. Si tratta di una peculiarità che certamente caratterizza la vita artica, e che di sicuro colpisce il nostro immaginario. Il difetto di questo criterio è che non considera condizioni climatiche e geografiche locali, per cui include, ad esempio, territori il cui clima è fortemente mitigato dalla Corrente del Golfo. Il criterio più appropriato è invece quello che traccia una linea immaginaria che unisce le terre dove la temperatura media del mese di luglio non supera i 10° Centigradi (50° F), la stessa linea che segna il limite settentrionale delle foreste e quindi l’inizio della tundra, classificando così come artiche regioni simili per condizioni estreme di clima e meteorologia, e con simili caratteristiche di vita animale e vegetale.
E proprio le medesime rigide condizioni ambientali hanno contribuito a forgiare popolazioni con abitudini ed espressioni culturali molto simili. Una distinzione, volendo, può essere fatta tra gli abitanti delle regioni artiche che vanno dalla Groenlandia alla Ciukotka (l’estrema punta dell’Asia), passando per la costa più settentrionale dell’America, caratterizzate da mari così profondi da permettere l’avvicinarsi delle balene (popoli dediti quindi prevalentemente alla pesca: Eschimesi – a seconda delle lingue parlate: Inuit, Jupik, Sugpiaq – Aleutini, Kutchin, Ciukci, Korjaki e Jukaghiri) e gli abitanti del continente euroasiatico dalla costa bassa e paludosa (popoli che quindi vivono prevalentemente di caccia più all’interno: Jakuti, Êveni, Êvenki, Dolgany, Samioedi – a seconda delle lingue: Nganasani, Enci, Neci – e Lapponi). Ma, a parte tale distinzione, si può parlare a pieno titolo di una ‘cultura artica’ comune a tutti questi popoli.

Quali sono, allora, gli elementi caratteristici della produzione mitico–fiabesca della cultura artica? Torniamo ai temi del racconto in apertura. Dicevamo: i ghiacci e i canti. Ovvero: l’ambiente naturale e la comunità degli uomini.
Un ambiente durissimo come quello artico ha da sempre educato – anche per esigenze di sopravvivenza, nella certezza del reciproco aiuto – ad un forte senso di appartenenza alla comunità. Da soli, tra i ghiacci, non si sopravvive. Nel villaggio artico, così, non sono contemplate iniziative autonome: tutto è collettivo, e tutto viene deciso all’interno della comunità considerata sacra. La vita sociale è molto intensa, e si esprime attraverso feste le cui componenti basilari sono il canto, la danza, la condivisione del cibo, il dono. È talmente importante questo momento collettivo che numerosi racconti artici attribuiscono alla divinità il dono del canto, della danza e della festa, ritenuti dunque sacri. Le feste si svolgono nella ‘casa degli uomini’, l’ampia casa comune costruita appositamente per consentire l’incontro di tutta la comunità: è qui che si preparano gli eventi più importanti della vita del villaggio – dall’organizzazione della caccia alla balena, alla festa in onore dei morti – ed è qui che l’esperienza, la saggezza e i valori di una generazione passano all’altra attraverso la parola e, in particolare, la narrazione.
E la fiducia nel bene collettivo non poteva non investire anche l’uso della parola: la possibilità che la parola del prossimo possa contenere una menzogna è del tutto estranea alla cultura artica. E così la parola, essendo sempre in sé verità, ha la stessa potenza di una formula magica, ed è considerata talmente preziosa che un proverbio aleutino afferma: ‘la parola che esce indebolisce l’uomo, quella trattenuta invece lo rafforza’.
Non bisogna però credere che, nella ‘casa degli uomini’, ogni narrazione debba trasmettere sempre un messaggio che, se esistente, è spesso legato alle doti di concretezza e pragmatismo necessarie alla sopravvivenza in un ambiente così ostile. Nelle lunghe notti artiche molte storie sono state inventate soltanto per incantare se è vero che, alla domanda di un noto antropologo riguardo al significato della storia appena trascritta, il narratore eschimese replicò: “Noi non ci preoccupiamo troppo del significato di una storia. A noi basta che sia divertente. Sono gli uomini bianchi che devono sempre trovare ragioni o significati in ogni cosa, come i bambini che chiedono sempre: perché?”.
Pur così unite nel bene collettivo, le diverse comunità sono state però spesso tra loro ostili, e il tema del conflitto ha creato un filone narrativo specifico: racconti di battaglie per controllare rotte commerciali, di spedizioni per rapine, di feroci guerre etniche dove i popoli nemici si trasformano, nella sequenza delle trasmissioni orali, in mostruosi cannibali. Ma la causa più frequente di ostilità riportata dai racconti artici è di sicuro il rapimento delle donne del popolo vicino, spesso organizzato con vere e proprie spedizioni. E in effetti, mentre l’uomo mostrava la propria superiorità basata sulla forza fisica, la presenza di una moglie in grado di confezionargli abiti adatti ad un ambiente così ostile era essenziale alla sua sopravvivenza: una moglie, al di là di ogni altra considerazione, rappresentava un bene talmente prezioso che, in sua mancanza, era possibile anche il rapimento.

Riguardo ai temi emersi dal racconto in apertura, dicevamo poi: il Grande Vecchio dall’aspetto di tricheco, l’uomo, gli animali. Ovvero: il rapporto dell’uomo con il mondo animale e con quello dello spirito.
Nelle culture artiche è sempre presente un Essere Supremo creatore dell’universo. Tuttavia si tratta di un dio così coinvolto, anch’esso, nei rigori dell’ambiente che viene ad essere in realtà una personificazione divina del principio vitale della natura artica, connotato spesso in forma di animale. Allo stesso modo, l’influenza sovrastante del duro ambiente in cui vivono quei popoli si è espressa da sempre in una percezione animistica della realtà circostante. Ogni roccia, ogni lago, ogni animale possiede un’anima, proprio come il genere umano – generato dallo sfregamento, all’orizzonte, della terra con il cielo – che dunque, all’inizio dei tempi, non emergeva sulle altre specie viventi. Questo spiega come nelle fiabe artiche spesso non ci sia distinzione netta tra uomini e animali, tanto da potersi facilmente tramutare gli uni negli altri, e come non emerga una separazione – tipicamente occidentale – tra elementi naturali e soprannaturali che invece convivono. Da ciò consegue, ad esempio, la ricca ritualità legata alla necessità di riconciliazione con l’anima della balena o dell’orso appena uccisi, e spiega anche perché i Lapponi, prima di tagliare un albero, cacciavano l’anima della pianta con un colpo di bastone per evitare che, una volta nel fuoco, volendone fuggire distruggesse l’abitazione. La diversificazione dell’uomo dagli animali avviene solo per intervento dell’Essere Supremo che, ad un certo punto della storia, invia un suo eroe (spesso il Corvo, ma anche l’Aquila o il Figlio del Sole) perché possa educare l’umanità trasmettendole la cultura.
Innanzitutto il canto e la danza, ma anche l’arte della costruzione del tamburo sacro, oggetto che, nello sviluppo culturale dei popoli artici, ha sempre svolto un ruolo di fondamentale importanza. Non solo come amato strumento musicale durante le feste, ma anche come oggetto divinatorio: lo sciamano, infatti, batte il tamburo su cui sono stati dipinti i segni simbolici tradizionali e, ad ogni colpo, un indicatore intagliato scivola sopra quei segni fornendo gli elementi necessari per pronunciare l’oracolo. Ecco dunque affiorare la figura forse più emblematica per comprendere la cultura artica e le sue narrazioni: lo sciamano, l’eletto in grado di partire dal mondo umano per viaggiare nel mondo degli spiriti. Questo ruolo di intermediario ha sempre presupposto, oltre ad un lungo apprendistato, attitudini psichiche e intellettuali non comuni, una sorta di ‘vocazione’. Lo sciamano diventa così detentore della tecnica dell’estasi, condizione che riesce a raggiungere con il canto, la danza, e il suono ipnotico del tamburo. Si crede allora che la sua anima abbandoni il corpo e viaggi nell’aldilà per incontrare e vincere gli spiriti che hanno causato la malattia derubando l’anima all’infermo. Lo sciamano è accompagnato nell’impresa dal proprio spirito aiutante, in genere zoomorfo, che si manifesta con l’imitazione in fase estatica dei versi e delle movenze tipiche di quell’animale. Alla fine lo sciamano ritorna, risvegliandosi dall’estasi, per spiegare dov’è trattenuta l’anima del malato e quale eventuale sacrificio sia necessario per la sua liberazione. A ben vedere la seduta sciamanica percorre le stesse fasi di ogni narrazione fiabesca: l’eroe, in seguito ad una chiamata, parte dal suo mondo – ovvero esce da sé – ed entra in una dimensione atemporale – l’aldilà, o l’inconscio – supera quindi una serie di prove grazie alle proprie risorse più profonde e all’assistenza di un aiutante magico e, infine, ritorna, rafforzato spiritualmente. Lo sciamano e l’eroe della fiaba compiono in fondo lo stesso viaggio, che è poi quello della vita di ciascuno di noi.
È così che, allora, proprio lo sciamano artico può diventare l’eccezionale emblema di chi sperimenta sulla propria pelle la potenza salvifica di ogni narrazione.

Ma battendo il tamburo e imitando lo spirito aiutante zoomorfo, lo sciamano svela anche il profondo legame che unisce da sempre uomo e animali, uomo e ambiente: lo sciamano canta i canti dei ghiacci.
Canti che oggi sembrano sciogliersi in disperate grida d’aiuto di fronte ai segni allarmanti di un legame, quello tra uomo e ambiente, che invece si sta spezzando.
Segni che, come tutti i segni ormai tracciati, sono ancora più evidenti sul bianco più candido.


1tratto da Luigi Dal Cin, I canti dei ghiacci: le fiabe delle Regioni Artiche, saggio introduttivo al volume catalogo ‘Le Immagini della Fantasia – 26a Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia’, ottobre 2008

2tratto da ‘Il Grande Vecchio dall'aspetto di tricheco’, Luigi Dal Cin, I canti dei ghiacci – Fiabe dalle Regioni Artiche, Franco Cosimo Panini Editore, 2008

martedì 7 agosto 2018

No, la zuppa no! una recensione su Testefiorite


Su Testefiorite un'appassionata recensione di No, la zuppa no! a cura di Roberta Favia.

[...] Quante volte ci capita di sentire ancora genitori (e nonni ecc. ecc.), al parco o alle uscite di scuola, delegare la propria autorevolezza all’autorità di un qualche lupo o orco di turno (nei casi peggiori anche qualche zingaro ecc.) che spaventi a dovere e faccia obbedire il bambino?
Ma che razza di figura facciamo agli occhi dei nostri bambini con questi miseri trucchi?
Non c’è Orco o Lupo che possa salvarci dall’incapacità di fondare la propria autorevolezza di genitori (non autorità) agli occhi dei nostri figli. La responsabilità è lì e ce la dobbiamo tenere tutta. Ci sono invece i libri a mettersi dalla parte dei bambini e le storie di Luigi Dal Cin sanno farlo con quella semplicità e sincerità necessarie. [... continua la lettura QUI]

domenica 5 agosto 2018

Le Voci dei Tam tam su Mediterraneo Migrante


Sul sito Mediterraneo Migrante, un articolo di Roberta Favia che propone Le Voci dei Tam tam:

Il primo e migliore antidoto alla paura ed alla sua espressione fisiologica in derive razziste è la conoscenza delle storie di un popolo, delle sue fiabe, ovvero di quella parte del patrimonio culturale ancestrale che ci racconta l’umanità dei popoli. [...]

Leggendo fiabe di altri paesi, ascoltando le fiabe che hanno superato i confini, scopriamo storie che sembrano giungerci da una lontananza abissale, al di là di oceani di spazio e di tempo, eppure capaci di parlare al nostro cuore.
Un potente antidoto per l’arroganza, la prepotenza, la violenza di chi non crede nel necessario confronto, anche tra culture differenti, e nel reciproco arricchimento di esperienze di vita e punti di vista.
Così scrive lo scrittore Luigi Dal Cin che, in questi tempi culturalmente e umanamente critici, comincia una riflessione sulle fiabe dei vari luoghi del mondo che seguiremo molto da vicino.
[... continua la lettura QUI e QUI]
Potete ascoltare le fiabe de Le Voci del Tam tam su Radio Magica cliccando QUI.

giovedì 2 agosto 2018

No, la zuppa no!: un consiglio dalla libreria Testaperaria


Sulla pagina facebook della libreria Testaperaria un invito alla lettura di No, la zuppa no!:

Zuppa di cavolo, mirtilli, un bambino, la sua mamma, un orco...
ecco gli ingredienti del nuovo divertentissimo albo scritto da Luigi Dal Cin e illustrato da Francesco Fagnani per Lapis Edizioni.
Non soltanto una storia sui capricci, sulla paura di ciò che è sconosciuto, sulle dinamiche genitori-figli con un finale del tutto sorprendente, ma un'occasione per riaffermare che l'identità profonda di ognuno di noi va compresa e rispettata.
Vi consigliamo: No, la zuppa no!, di Luigi Dal Cin, illustrazioni di Francesco Fagnani, Lapis, 2018.

mercoledì 1 agosto 2018

Le fiabe che oltrepassano i confini # 3 - Il sogno della farfalla: le fiabe dall'Estremo Oriente

3. Il sogno della farfalla: le fiabe dall'Estremo Oriente1

Una volta, tanto tempo fa, io Chuang Tzu sognai di essere una farfalla.
Cominciai a volare nell’aria come un petalo, felice di essere una farfalla, e senza sapere più nulla di Chuang Tzu.
All’improvviso mi svegliai e allora mi tastai, ecco: ero tornato ad essere proprio Chuang Tzu.
Adesso però io non so più se sono Chuang Tzu che ha sognato di essere una farfalla, o se invece sono una farfalla che sta sognando di essere Chuang Tzu.2

Questo breve racconto tradizionale cinese, qui riportato nella versione di Chuang Tzu, scrittore di scuola taoista, ci spinge a spalancare le porte della fantasia e ad addentrarci nell’immaginario fiabesco dell’Estremo Oriente.
Per Estremo Oriente, in genere, si intende l’area che comprende Cina, Corea, Giappone e Mongolia: una superficie geografica di enorme estensione in cui si incontrano società spesso profondamente differenti ma che, allo stesso tempo, presentano elementi antropologici e culturali comuni.
E i comuni archetipi che caratterizzano le fiabe dell’Estremo Oriente appaiono, già alla prima lettura, ricchissimi di suggestioni, specie per noi europei.
Si tratta di fiabe per tanti versi simili a quelle della nostra tradizione, ma con un’anima vibrante che suscita nel lettore occidentale un grande fascino e un forte senso di stupore. Oltre ad un certa dose di sconcerto.
Molte fiabe orientali, infatti – anche quelle che sembrano più semplici – esprimono una profonda ricchezza filosofica e tendono a evidenziare con modalità surreali i paradossi e le illusioni della realtà che ci appare.
Non solo: spesso mostrano, dal punto di vista della struttura narrativa, un’intrinseca diversità rispetto a quelle europee. Tanto da disorientarci.
Le fiabe dell’Estremo Oriente, infatti, si strutturano spesso in modo circolare e ci conducono ad una conclusione che a noi occidentali appare del tutto identica al punto di partenza: una struttura antitetica rispetto a quella tipica della fiaba europea che segue invece una dinamica lineare e progressiva per condurci ad una situazione risolutiva rispetto a quella iniziale.
Nella fiaba occidentale accade ad esempio che il più piccolo dei fratelli, quello che tutti considerano svantaggiato, parta un giorno alla conquista dell’eredità del re e – in una concatenazione lineare di eventi – dopo aver superato una serie di prove grazie al proprio coraggio, riesca nel suo intento e sposi la principessa di cui si è nel frattempo innamorato.
Spesso la fiaba dell’Estremo Oriente ci accompagna, invece, ad un finale in cui il lettore occidentale sperimenta uno stato di vuoto, dove sembra che nulla alla fine sia accaduto.
Non è così. Cioè: non è vero che non sia accaduto nulla.
È invece successo qualcosa: è accaduto esattamente il Nulla.
La fiaba orientale esprime così proprio il Non–Essere inteso, nel contempo, come Essere nella sua forma più piena.
Prendiamo ad esempio il Taoismo che costituisce il quadro di riferimento per comprendere ‘Il sogno della farfalla’. Il Taoismo cerca l’armonia nel continuo mutamento di tutte le cose in quanto considera l’universo basato su due forze opposte e complementari: lo yin (principio femminile) e lo yang (principio maschile). Ogni elemento della realtà viene associato con il maschile o il femminile: il caldo e il freddo, la luce e il buio, il pieno e il vuoto, il sorgere e il tramontare, il cielo e la terra. L’arte del vivere è vista come una navigazione tra gli opposti – più che come una loro guerra – e consiste nel saper tenere in equilibrio i contrari affinché, unendosi, amorevolmente si annullino.
Ecco dunque il Nulla, che è quindi allo stesso tempo Essere nella sua forma più piena in quanto amorevole unione dei contrari.
È possibile così comprendere come la visione taoista del mondo sia serenamente ciclica. La vita e la morte, come tutti gli opposti, vanno e vengono continuamente in una interdipendenza universale.
Ma anche nella visione buddhista del mondo la circolarità del tempo appare come un elemento fortemente caratterizzante, così come nella filosofia Zen.
Ecco allora che la circolarità risulta una delle caratteristiche peculiari anche delle fiabe.
Certo, esistono anche in Estremo Oriente fiabe che hanno una struttura lineare e che si concludono con un matrimonio raggiunto dopo il superamento di faticose prove, ma esistono con frequenza ancora maggiore fiabe con un finale in cui si ritorna alla condizione di partenza, contrassegnata di frequente dalla separazione dei personaggi principali ovvero dall’evento che, nelle fiabe europee, si verifica all’inizio della storia per essere superato via via con il procedere della narrazione.
La differenza di struttura narrativa de ‘Il sogno della farfalla’ rispetto alla fiaba europea – circolare quindi, anziché lineare – è dunque ancor prima espressione di una differenza culturale e filosofica.
Ma non possiamo fermarci qui.
La ricchezza delle fiabe è sorprendente. Molto più profonda di quanto possa apparire a prima vista.
La fiaba esprime anche un atteggiamento nei confronti della natura e della società, perché gli avvenimenti di ogni fiaba sono in realtà lo specchio di tutte le esperienze dell’uomo.
Nelle fiabe dell’Estremo Oriente il destino dell’uomo e della natura appaiono sempre profondamente intrecciati.
Ne ‘Il sogno della farfalla’ viene rappresentato un particolare stato di trascendenza, dove lo spirito di Chuang Tzu è libero di vagare attraverso la creazione divenendo una cosa sola con un’altra creatura, la farfalla.
Questa interazione tra mondo umano e naturale è un aspetto comune sia al Taoismo che al Buddhismo.
Il Taoismo insegna a seguire la corrente dei fenomeni naturali e considera la vita umana come un’integrata caratteristica dei processi del mondo, non come qualcosa che vi si oppone o che se ne separa. Noi e quanto ci circonda siamo il processo di una sfera unificata: è questo ciò che i cinesi chiamano Tao. E anche nel Buddhismo vi è una legge universale per cui la differenza tra quello che facciamo e quello che ci accade sembra scomparire. È chiaro così che ogni sofferenza inferta ad un altro essere umano, o alla natura, ha come conseguenza un danno per noi stessi.
È questo un elemento caratteristico delle fiabe orientali che offre spunti notevoli al mondo occidentale, ovvero a tutta quella cultura – in cui sono immersi anche i nostri bambini – a volte troppo egocentrica e sorda ai segni della sofferenza degli altri uomini e della natura.
E così, tra le righe delle fiabe, emerge anche un ideale di società e di giustizia.
Di sicuro leggere in pubblico una fiaba come ‘Il sogno della farfalla’ nella Cina del XVII secolo significava sobillare il popolo contro l’ordine sociale.
Sembra incredibile poter pensare che le fiabe abbiano questo potere. Eppure una fiaba che racconta come le creature viventi (un uomo e una farfalla) esistano sullo stesso piano liberi da tutto – anche da impegni verso gli antenati o verso i discendenti – distrugge la premessa fondamentale dell’ordine sociale cinese dettata dalla filosofia confuciana: il diritto ereditario che giustifica la gerarchia sociale imperatore–suddito, padre–figlio, marito–moglie, funzionario–contadino.
E così in Cina accadeva che mentre gli scritti confuciani difendevano gli ordini sociali superiori (imperatore, padre, marito), le fiabe popolari davano voce agli ordini inferiori, trovando come interpreti gli scrittori taoisti che trascrivevano le storie delle ingiurie inflitte dai potenti ai subordinati; inclusi i bambini, le donne, gli animali.

Ecco dunque alcuni dei motivi generali che appartengono alle fiabe dell’Estremo Oriente: già ci chiamano ad un affascinante viaggio in un altro modo di pensare.
Ogni realtà geografica locale, poi, ha saputo sviluppare nelle proprie fiabe elementi distintivi e peculiari.
Riscontrabili ad esempio nelle figure dei personaggi animali.
Sappiamo che i personaggi delle fiabe esprimono funzioni narrative più che caratteri psicologici, ma è anche vero che il contesto culturale in cui la fiaba nasce conferisce ai propri personaggi una certa fisionomia, spesso specifica.
Così in Giappone troviamo la volpe (kitsune) vista come spirito furbo, misterioso, infido, affascinante, capace di trasformarsi in modi imprevedibili e di arrivare a possedere la mente dell’uomo; o il tengu, il volante ‘cane celeste’ dal volto rosso, rappresentato solitamente con un ventaglio di piume in mano, che ha l’abitudine di provocare incendi, favorire le guerre, rapire i bambini, far sparire gli adulti.
Per la Cina accenniamo almeno al drago, simbolo per secoli dell’impero (il viso dell’imperatore è ‘il volto del drago’ e un imperatore in collera ‘increspa le squame’) visibile ovunque: ricamato sugli abiti da cerimonia, sui soffitti dei teatri, dipinto sulle ceramiche e sulle prue delle barche. Il drago è l’essere che incarna lo spirito cosmico acquatico e vive dell’energia del ciclo dell’acqua: pioggia, fiume, mare, vapore e pioggia ancora. In Cina il drago annuncia i temporali sputando fulmini, alza il vento battendo le ali e, volando tra le nubi, rappresenta la pioggia con tutte le sue benedizioni.
Le fiabe che invece provengono dalla Mongolia, immensa steppa su un altopiano battuto dai venti siberiani, esprimono fortemente la tradizione nomade dei suoi abitanti: gli animali rivestono un ruolo così fondamentale in quella quotidianità che nelle fiabe non esistono mai barriere linguistiche tra loro e gli uomini. Accade allora che il cavallo, amico fedele, può dare buoni consigli per aiutare il proprio padrone, e che per intimorire lo sciocco lupo – frequente pericolo per le greggi – basti una minaccia verbale fatta con la dovuta fermezza.
Nelle fiabe della Corea il ruolo del cattivo, invece, è affidato di solito a due personaggi animali estremamente differenti: alla tigre, un tempo assai diffusa in quella penisola e portatrice di attacchi mortali specie nei villaggi più sperduti, e al singolare millepiedi, continuo subdolo ideatore di misfatti e malefici.

Ma l’elemento fondamentale che accomuna le fiabe dell’Estremo Oriente e che più affascina il lettore europeo è certamente la loro scrittura: i sapienti tratti d’inchiostro con cui le fiabe tradizionali sono state fermate sulla carta.
In tutti i paesi dell’Estremo Oriente vi è uno storico amore per la calligrafia, un’ammirazione per la bellezza dei caratteri scritti che – originariamente – non erano altro che precise immagini naturali. Un proverbio cinese dice che un’immagine è meglio di mille parole, perché è più efficace mostrare che descrivere. Nel corso dei secoli i pittogrammi graffiati sul bambù sono diventati figure disegnate con il pennello su seta o su carta, poche delle quali hanno ancora una somiglianza riconoscibile con le loro forme originarie. Ma proprio per il fatto che la scrittura in Estremo Oriente è almeno di un gradino più vicina alla rappresentazione della natura rispetto al nostro alfabeto, ecco che non è possibile trovare in nessun altro mondo fiabesco un’unione così forte tra scrittura e illustrazione.
Ed è così che la scrittura delle fiabe e la loro illustrazione – le due forze artistiche che insieme danno vita ad ogni vero buon libro per ragazzi – proprio in Estremo Oriente si trovano da tempo talmente vicine da essere in realtà, nella loro stessa essenza, profondamente unite.
Nello stesso favoloso segno.


1Tratto da Luigi Dal Cin, Il sogno della farfalla: le fiabe in Estremo Oriente, saggio introduttivo al volume catalogo ‘Le Immagini della Fantasia – 25a Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia’, ottobre 2007

2tratto da ‘Il vecchio, il sogno e la farfalla’, Luigi Dal Cin, Favolosi intrecci di seta – Fiabe dall'Estremo Oriente, Franco Cosimo Panini Editore, 2007

lunedì 30 luglio 2018

Le fiabe che oltrepassano i confini # 2 - Le voci dei tamtam, i colori dei bambini–racconto: le fiabe dall'Africa

2. Le voci dei tamtam, i colori dei bambini–racconto: le fiabe dall'Africa1

Topolina si infila dappertutto, visita le case dei ricchi e le case dei poveri. Con i suoi piccoli occhi lucidi, spia di notte il nascere delle cose segrete, e non c’è nessuna stanza del tesoro così sicura che Topolina non sappia scavarsi una via per vedere quel che racchiude.
Un giorno Topolina decise di tessere dei bambini–racconto di tutto quello che aveva visto, e vestì ciascuno di loro con un vestito di un colore diverso: bianco, rosso, azzurro o nero.
I racconti diventarono i suoi figli e vissero nella sua casa e le fecero sempre compagnia. Così fu finalmente felice, perché Topolina non aveva figli suoi’.

Sì, succede proprio così.
L’autore di racconti è curioso, si infila dappertutto, visita le stanze dei tesori, spia di notte il nascere delle cose segrete e, dopo aver osservato, comincia a tessere i bambiniracconto nella propria mente.
E deve succedere proprio così: i racconti vanno tessuti piano piano.
Spesso invece c’è chi si butta a scrivere quando nella mente c’è appena un seme, l’ispirazione iniziale, un filo sottile, una scintilla che brilla in modo straordinario, è vero, ma che non è ancora la storia. Quello che prenderà forma così di fretta difficilmente sarà un buon racconto.
I racconti, come fa Topolina, vanno invece tessuti, e l’autore li tesse piano piano, con pazienza e con amore, perché sono suoi figli.
Sono figli che hanno sempre fame, è nella loro natura: hanno tanta voglia di crescere. Il loro cibo è la fantasia e l’invenzione. Così fioriscono, e diventano una ricchezza, offerta a chi c’è adesso, a chi verrà dopo.
I bambiniracconto fioriscono diversi l’uno dall’altro, come i bambiniveri, diversi nella forma, nel carattere, nel tono della voce.
Li si può vestire ciascuno con un colore diverso, e chi non ci crede dia un’occhiata alle illustrazioni nelle pagine che seguono.
Questa breve fiaba proviene dal popolo Ekoi del Camerun: dimostra una straordinaria consapevolezza delle dinamiche dell’invenzione narrativa, e riesce a raccontarle con raffinata maestria e sottile poesia attraverso un gioco immaginativo e simbolico che denota un’altissima maturità culturale e una forte padronanza tecnica.
Eppure esiste un pregiudizio che in occidente considera i racconti tradizionali africani, e la cultura africana in generale, come ‘qualcosa di primitivo’.
‘Primitivo’ è un aggettivo che proviene dall’evoluzionismo, ma che al giorno d’oggi ha assunto una carica emotiva che va oltre il suo significato: è come si dicesse, con vago tono dispregiativo, ‘sai, è una cultura così semplice!’.
Il concetto di ‘cultura primitiva’ applicato all’Africa, in realtà, è stato superato nel momento in cui gli antropologi si sono calati a studiare queste popolazioni vivendo in mezzo a loro, raccogliendo direttamente i loro racconti, toccando così con mano culture tutt’altro che ‘semplici’.
È un pregiudizio, questo, che nasce dal fatto che in Europa per diversi motivi non si conosce quasi nulla della storia dell’Africa e della sua eredità culturale.
Eppure il valore artistico della narrativa tradizionale d’Africa è, sotto molti aspetti, pienamente paragonabile alla qualità dei nostri racconti popolari.
Si tratta di vera arte, spesso segnata da un elevato grado di artificio e di formalismo, a volte con tratti di consapevolezza ironica straordinaria.
Certo, c’è una differenza sostanziale, ma è una differenza che si pone ad un livello diverso rispetto ad una valutazione di maggiore o minore ‘semplicità’: a differenza della nostra, la tradizione narrativa africana è infatti unicamente orale. Le fiabe, i miti, i racconti africani sono arrivati ai giorni nostri esclusivamente attraverso l’oralità, essendo le prime trascrizioni relativamente recenti. E i canoni che creano fascino in una storia raccontata oralmente sono sempre molto diversi da quelli usati per una storia scritta; colui che la raccoglie e la trascrive deve dunque avere le competenze, l’esperienza, la sensibilità non solo per tradurre la lingua, ma anche, per quanto possibile, i codici e le convenzioni narrative.
In ogni caso si tratta di differenti linguaggi artistici e, se la necessità di divulgazione di un racconto orale richiede la sua trascrizione scritta, sarà comunque impossibile alla fine riuscire a restituire appieno i gesti del narratore, le impennate di voce, le battute di dialogo con il pubblico, la dimensione collettiva in cui si è manifestato.
Ecco: nei racconti della tradizione africana questi aspetti legati al narrare a viva voce appaiono molto accentuati, forse più che in altre tradizioni, e la pagina stampata spesso sembra avere per loro spazi troppo ristretti.
Quando alla sera il narratore racconta – sia esso il griot cantastorie africano, o un vecchio autorevole, o il capo del clan, o una donna del villaggio – ecco che la fiaba diventa spettacolo. Il narratore fa sfoggio di tutta la sua arte per affascinare e toccare l’anima del pubblico: l’intonazione della voce viene modulata a seconda delle necessità narrative, la trama viene arricchita a seconda della reazione dell’uditorio, la gestualità è istrionica; per tenere avvinto il pubblico, il narratore ricorre spesso al canto e al dialogo, invitando i presenti ad esplicitare l’insegnamento contenuto nella storia, a dare giudizi sui personaggi, a sciogliere una questione che il protagonista non sa sbrogliare o a risolvere un indovinello. A volte interrompe il racconto intonando il ritornello del tema dominante della storia, e tutti lo riprendono cantando in coro; spesso il tamburo sottolinea il ruolo dei personaggi e scandisce i diversi momenti narrativi.
Nel cominciare la storia, il narratore ogni volta delimita con apposite frasi di apertura e di chiusura lo spazio magico del racconto. Possono essere frasi brevi – come il nostro ‘C’era una volta...’ o come il misterioso termine Tuareg ‘Amashahu!’ – oppure vere e proprie formule.
L’uso di una frase di apertura sospende all’improvviso il tempo, e lo fa scorrere nell’animo di chi ascolta: fa vivere in lui il tempo dell’intero popolo o, meglio, della sua memoria. Il tempo narrativo viene così collocato, insieme al tempo presente, nel lontano tempo del mito, là dove gli antenati hanno saputo discernere ciò che conta per la vita e la felicità, hanno scoperto i valori fondanti e saputo costruire la saggezza, hanno fissato le regole sociali. Affidare l’evento narrativo al tempo del mito significa così mantenere la comunicazione tra generazioni, assegnando agli antichi il ruolo di depositari dei valori e del patrimonio collettivo che fondano l’identità culturale di quel popolo.
La narrazione della fiaba, dunque, non è semplice intrattenimento, ma ha una funzione di identificazione e di appartenenza sociale, di trasmissione di valori, di istruzione (divertente), di educazione dei più giovani.
Certo, esistono molti generi di racconti nella tradizione africana, e molti sono i temi, anche a seconda del contesto geografico in cui nascono.
Una distinzione che in genere viene fatta riguarda il Nord Africa al di sopra della fascia del deserto del Sahara, partecipe della grande circolazione fiabistica indiano-islamico-europea, e la cosiddetta Africa Nera che invece ne appare più estranea, con elementi narrativi maggiormente autonomi. In generale, la letteratura popolare dell’Africa Nera costituisce sorprendentemente un’unica entità: fatto, questo, che non si potrebbe dire per nessun altro territorio di tali dimensioni. Le somiglianze riguardano i tipi di intreccio, i contenuti, i personaggi ricorrenti, gli espedienti letterari... è raro, ad esempio, trovare un’altra tradizione in cui l’uomo appaia così ancorato alla terra in modo altrettanto forte e indissolubile: da essa l’uomo dipende in modo totale fintanto che gli procura cibo e sicurezza, e la sua vita, in questo, è accomunata alla vita degli animali.
E proprio gli animali sono i personaggi principali delle fiabe d’Africa sebbene, anche quando la scena del racconto appartiene tutta a loro, il protagonista rimanga sempre l’uomo. Il primo elemento che emerge leggendo una fiaba africana è infatti che agli animali vengono dati attributi umani – gli animali lavorano, si sposano, vivono nelle capanne, sono capaci di sentire, parlare, pensare come gli uomini – e che spesso gli animali comunicano con l’uomo da pari a pari. Ogni animale è antropomorfizzato e porta un nome proprio, conserva il proprio carattere naturale assumendo allo stesso tempo un preciso ruolo fisso nella società animale che diviene specchio di quella umana. Le storie con protagonisti animali presentano così una duplice prospettiva: da una parte ci si propone di spiegare caratteristiche ed abitudini dell’animale, dall’altra di spiegare i vizi dell’uomo attraverso i comportamenti animali, con lo scopo di fornire una lezione morale o di ironizzare su alcune abitudini tipicamente umane.
Ecco allora che la lepre e la rana sono l’immagine dell’uomo debole e povero – ma intelligente e coraggioso –che riesce a difendersi dai prepotenti; il leone e il leopardo, temuti per la loro forza, diventano figura dell’oppressore arrogante che, confidando troppo nelle proprie forze, finisce per diventare stupido e farsi giocare dai più piccoli – ma più ingegnosi – di lui; la iena è solitamente l’animale sciocco, simbolo dell’uomo egoista e subdolo.
Le fiabe così, raccontando degli animali, trasmettono una concezione della vita, parlano dei piccoli, degli oppressi, dicono l’ingiustizia, la prepotenza, il coraggio, l’amore, la generosità: ché raccontare non significa limitarsi ad accumulare aneddoti più o meno curiosi...
E tutto avviene ancora oggi attraverso gli antichi tempi del raccontare e dell’ascoltare, sebbene in alcune zone d’Africa, specie nelle grandi città, le modalità delle narrazioni collettive comincino a competere con un nuovo sistema di intrattenimento che viene da lontano e che si impone con forza nelle case.
Nella nostra cultura occidentale l’incontro tra la modernità massmediatica e il racconto è avvenuto da tempo, e sembra aver messo in crisi quest’ultimo. In confronto alla cultura africana è come se ci fossimo da tempo privati di una facoltà che sembrava inalienabile: la capacità di scambiare esperienze. Come scriveva Calvino: ‘Mi sembra che ormai al mondo esistano solo storie che restano in sospeso e si perdono per la strada’. Dare valore alla narrazione significa invece tornare alla ricostruzione paziente della coscienza storica, alla comunicazione interpersonale di esperienze significative, all’ascolto dell’altro; per promuovere una reale identità narrante, slegando dal produttivismo economico il valore delle persone e delle esperienze.
E in tutto questo, per gli africani, per Topolina, come per noi occidentali, si tratta in fondo di saper dare voce all’universale profondo desiderio di narrare: tessere innanzitutto delle belle storie, divertenti o terrificanti che siano, e farle lievitare dal gusto del racconto, dalla volontà di comunicare sé stessi ad un altra persona, avvicinando così identità diverse.
L’Africa ha spesso subito tragiche umiliazioni nelle sue vicende millenarie, così come sta accadendo di questi tempi, e sono convinto che una delle umiliazioni più pesanti che sta subendo ora il popolo africano sia l’indifferenza verso la sua storia, la sua cultura, la sua eredità: la negazione della sua identità culturale, il cui riconoscimento, invece, è condizione per ogni dialogo.
Le fiabe, in questo, sono un potente antidoto.
Siano benvenuti, allora, tutti i bambiniracconto.

Filastrocca dei racconti bambini2
di Luigi Dal Cin

Topolina, che è curiosa, sa infilarsi dappertutto,
nelle tristi catapecchie e nei palazzi dei più ricchi,
coi suoi occhi rilucenti sa raccogliere ogni frutto:
dalle lacrime del povero, a diamanti di sceicchi.

Topolina spia di notte coi suoi occhi luccicanti
i segreti più segreti che nel buio stan nascendo,
e lei sola sa seguire quei percorsi serpeggianti
che la portano alle stanze del tesoro più stupendo.

Quando ha smesso di osservare coi suoi occhi piccolini
Topolina torna a casa e ha molte storie nella mente,
così inventa i suoi racconti che diventano bambini:
con amore se li tesse, se li intreccia lentamente.

Poi li veste, i suoi bambini, con vestiti colorati:
con il bianco vestirà il suo racconto più radioso,
con l’azzurro coprirà tutti i sogni suoi sognati,
e ogni storia diverrà, così, un figlio capriccioso.

I racconti son suoi figli, e Topolina ora è contenta
perché vivono con lei e le fanno compagnia.
Non aveva figli suoi, e non pensiate che vi menta:
Topolina ora ha dei figli che son nati per magia.


1 tratto da Luigi Dal Cin, Le voci dei tamtam, i colori dei bambini–racconto, saggio introduttivo al volume catalogo ‘Le Immagini della Fantasia – 24a Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia’, ottobre 2006
2 tratto da Luigi Dal Cin, Wiligelma Cook, La Scuola Editrice, 2012

venerdì 27 luglio 2018

Le fiabe che oltrepassano i confini # 1 - Perché ci racconti fiabe che finiscono bene? (Quando nel mondo reale spesso prevale l'arroganza, la prepotenza, la violenza e le cose finiscono male?)

1. Perché ci racconti fiabe che finiscono bene? (Quando nel mondo reale spesso prevale l'arroganza, la prepotenza, la violenza e le cose finiscono male?)

“Perché ci racconti fiabe che finiscono bene? Quando nel mondo reale spesso prevale l'arroganza, la prepotenza, la violenza e le cose finiscono male?”.
“E poi, perché ci racconti fiabe che provengono da altri paesi del mondo? Non ci bastano le nostre, che rispecchiano di più la nostra cultura?”.

È vero, le fiabe finiscono bene.

La fiaba, a differenza della favola, è un racconto popolare di meraviglie, dove l’elemento fantastico e soprannaturale non è vissuto come straordinario, ma viene presentato come normale e abituale. Nella fiaba la dimensione naturale e terrena s’intreccia continuamente con la dimensione soprannaturale e magica.
Ma più che nei contenuti meravigliosi, la forza della fiaba risiede nel suo intento profondo: a differenza della favola che ha un intento prettamente morale, il proposito davvero meraviglioso della fiaba è quello di annunciare che una vita piena è alla portata di ciascuno nonostante le avversità e le condizioni iniziali sfavorevoli, a patto che si affrontino quelle rischiose lotte senza le quali non si può raggiungere la propria vera identità.

“Perché ci racconti fiabe che finiscono bene?”.
Perché l’intento profondo delle fiabe è proprio quello di dare speranza.
Gli studiosi di psicologia della fiaba che numerosi hanno prodotto i loro studi nel secolo passato riconoscono in questo genere letterario una funzione importante per la crescita del bambino.
È la funzione di rassicurazione.
Quando in una fiaba il fratello più piccolo, quello più svantaggiato e misero dei tre, riesce a superare una serie di prove grazie al sostegno di un aiutante magico e alla fine, pur essendo di umili origini, riesce a sposare la principessa, è come si stesse annunciando al cuore del bambino che ascolta: “Ora ti senti così piccolo, insignificante, dipendente in tutto dall’adulto: è la tua dimensione infantile, ma rassicurati! Se saprai uscire da te stesso e andare verso l’altro, e seguire così la tua via, ricco di una fiducia interiore in ciò che non è visibile, alla fine arriverai a realizzare davvero in modo pieno la tua vita sperimentando l’amore”.
L’effetto rassicurante della fiaba è così fondamentale che spesso il bambino, non appena trova la fiaba che sente più vicina a una propria precisa condizione interiore, chiede di riascoltarla ancora e ancora, più e più volte, per esserne costantemente rassicurato. E se nel racconto dell’adulto qualche elemento subisce un’inavvertita modifica, ecco che il bambino protesta: è talmente profondo infatti il suo desiderio di rassicurazione che non c’è alcuno spazio per la variazione, l’improvvisazione o il dubbio.
La fiaba così, tra tutte le forme letterarie, viene percepita dal bambino come meravigliosa proprio perché in essa si sente compreso nel profondo dei propri desideri, delle proprie ansie e delle proprie speranze, e lì trova una via per una scoperta emotiva della propria vocazione a una pienezza di vita.

Le fiabe nascono molto lontano nel tempo, nella notte dei secoli, dove un gruppo di persone si è ritrovato per condividere ciò che viveva di più profondo: le proprie speranze, i desideri più autentici, i propri valori, la saggezza guadagnata ma anche le sofferenze, o l’aspirazione ad un modo più felice di vivere insieme nel proprio ambiente.

Di fiabe è sempre bene cibarsi: “Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli delle fiabe. Se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più” diceva Albert Einstein.
E questa forza della narrazione fiabesca appartiene a tutti i popoli.

La fiaba, in ogni parte del mondo, è la forma letteraria più pura, perché nel passaggio orale che ha dovuto subire nei secoli ha trattenuto solo ciò che appartiene all'intera umanità esprimendo, alla fine del suo percorso, solo ciò che è fondamentale e immutabile nell'animo umano.
Come dice W. B. Yeats: “il racconto popolare è in realtà la più antica delle aristocrazie del pensiero; e poiché rifiuta tutto ciò che è passeggero e banale, ciò che è soltanto abile e grazioso, con la stessa sicurezza con cui rifiuta la volgarità e la menzogna, e poiché ha raccolto in sé i pensieri più puri e indimenticabili delle generazioni, costituisce il terreno su cui affonda le radici ogni grande arte”.1

In ogni fiaba, nata in un qualunque luogo di questo nostro mondo, troviamo così l’essenza dell’umanità.
Della nostra umanità.
Dell'umanità di tutti gli uomini.
Poi accade che le fiabe viaggino nelle epoche e nei luoghi, continuino a muoversi insieme alle persone, e nel loro vagare a volte si arricchiscano di elementi tipici di una cultura differente da quella in cui sono nate, assumendo così forme e versioni diverse.
Le fiabe camminano.
Le fiabe oltrepassano le frontiere, e non le puoi fermare al confine.
Le fiabe vivono.
Le fiabe, inevitabilmente, ci contaminano delle vite degli altri.

Leggendo fiabe di altri paesi, ascoltando le fiabe che hanno superato i confini, scopriamo storie che sembrano giungerci da una lontananza abissale, al di là di oceani di spazio e di tempo, eppure capaci di parlare al nostro cuore.
Un potente antidoto per l'arroganza, la prepotenza, la violenza di chi non crede nel necessario confronto, anche tra culture differenti, e nel reciproco arricchimento di esperienze di vita e punti di vista.

Ma cosa dicono di sé stesse le fiabe che ci arrivano dal mondo?



1 William Butler Yeats, The Celtic Twilight, 1893

martedì 24 luglio 2018

Wiligelma Cook: copertine alternative

Gli alunni delle classi III dell'Istituto Comprensivo G. Verdi - P. Cafaro di Andria (BT) mi hanno inviato alcune copertine che hanno ideato e realizzato in alternativa alla vera copertina del mio romanzo Wiligelma Cook:








lunedì 23 luglio 2018

a Gigi # 75 - Libreria Le Foglie d'Oro di Pesaro

Bambino: “Vorrei un libro di Luigi Cin”.
Libraia: “Intendi Luigi Dal Cin?”.
Bambino: “Sì, ma io lo dico senza articolo”.

giovedì 19 luglio 2018

I racconti per Cagliari Monumenti Aperti 2018

Per l'edizione 2018 di Cagliari Monumenti Aperti, nell'ambito del progetto di scrittura e narrazione Le Parole della Bellezza, che ho ideato e conduco dal 2014 per l'Associazione Culturale Imago Mundi onlus, ho raccontato questa volta la sala dedicata alle sculture di Francesco Ciusa nella Galleria d'Arte Comunale d'Arte Moderna di Cagliari.

Il racconto si intitola Sogna Francesco, sogna e ha due differenti finali. Potete leggere le due versioni QUI#1 e QUI#2.
Da questi racconti è stata tratta la drammaturgia Le Voci dei Sogni di Fabio Marceddu con la regia e le elaborazioni sonore di Antonello Murgia. Lo spettacolo è stato messo in scena dagli alunni dell’Istituto Comprensivo Randaccio Tuveri Don Milani di Cagliari e dagli alunni del I Circolo Didattico San Giovanni Bosco di Cagliari.

martedì 17 luglio 2018

Il mare unisce le terre che separa: video intervista del 20 aprile 2018 per la XV edizione di Librinfesta

Potete vedere QUI una mia breve video-intervista del 20 aprile 2018 sul tema scelto dalla XV edizione di Librinfesta: Marea - Il mare unisce le terre che separa.



mercoledì 11 luglio 2018

venerdì 29 giugno 2018

il mio nuovo libro: No, la zuppa no!

Luigi Dal Cin
No, la zuppa no!
illustrazioni di Francesco Fagnani
Edizioni Lapis, Roma, 2018


Ogni venerdì la mamma di Peter prepara una terrificante zuppa di cavolo. Peter ne è disgustato, ma la mangia ugualmente, terrorizzato dall'orco che la mamma minaccia di chiamare. Un venerdì però Peter sembra deciso a non mangiarla. La mamma allora si trova costretta a chiamare davvero l'orco. Le conseguenze saranno imprevedibili.
Un racconto ricco di spiazzanti colpi di scena per mostrare come, con i bambini, le soluzioni siano sempre dietro l'angolo.

Non un libro sui capricci dei bambini, ma sull'identità profonda di ciascuno di noi che, spesso, si manifesta fin da bambini e che noi adulti abbiamo il compito di scoprire, rispettare, sostenere.

giovedì 28 giugno 2018

Seconda sessione d'esame del corso di tecniche di scrittura 2017/2018 all'Accademia di Belle Arti di Macerata

Giovedì 28 giugno 2018, a partire dalle ore 9:00, terrò la seconda sessione di esami del corso annuale di tecniche di scrittura anno accademico 2017/2018 che per il secondo anno conduco presso l'Accademia di Belle Arti di Macerata.
Per informazioni sul programma del corso, che ha una durata complessiva annuale di 75 ore, vedere QUI.